“C’è un’aria vintage, come si dice di oggi, nei quadri di Giacomo Fierro, napoletano di nascita, romano d’adozione ormai da lunga data, chissà fino a che punto rivelatrice di nostalgie per qualcosa che non esiste più, forse perché mai esistito nel modo troppo felice e pulito in cui la memoria lo ricorda, come spesso succede.

E’ un’aria che si avverte nei soggetti, nelle utilitarie degli anni Sessanta e Settanta che si muovono in strade capitoline, sature di tepori primaverili o di calure estive, che non sono state ancora trasfigurate dalle orde turistiche o dalla proliferazione a getto continuo di locali di ristorazione, così come nella semplicità e nella discrezione dell’abbigliamento dei giovani, delle giovani soprattutto, indifferenti all’obbligo di rispettare l’effimero delle mode, perfino nel modo di presentare all’occhio altrui il proprio corpo nudo, come se si trattasse di una scoperta ancora fresca, da assaporare a piccoli sorsi, senza le malizie di tempi successivi, meno che mai l’esibizionistica sfrontatezza degli attuali.

Non basterebbe, però, tutto questo contorno indiziario a rendere appieno l’idea di un momento andato, se anche il linguaggio e la tecnica su cui si fonda non rimandassero ugualmente ad esso.

I quadri di Fierro hanno l’aspetto che avevano quelli di certe gallerie di una volta, che non inseguivano i vaniloqui delle avanguardie, proponendo ai clienti opere senza la presunzione di fare la storia, ma con le quali, con maggiore senso delle proporzioni, decorare un salotto domestico o uno studio professionale secondo dignità artistica.

Come un epigono dell’Ecole de Paris, Fierro risale alla base della sintassi pittorica moderna prima del fatidico scavalcamento della figurazione, rinvenendola nella lezione di Cézanne e in un esprit de géométrie che scompone il visibile in insiemi di piani colorati, intersecati in sistemi combinati di sfaccettature.

Va detto che rispetto alla strutturalità dei partiti cézanniani, la spatola di Fierro lavora molto più in superficie, rinunciando alle volumetrie sezionate e contratte che anticipano il cubismo.

Ma non è un fraintendimento, tutt’altro: Fierro deve intendere la scioltezza e la scorrevolezza della fattura come sinonimi di ogni buona pittura.”

(Prof. Vittorio Sgarbi)